domenica 15 settembre 2013

Burrocacao

Quanto le piace quella borsa NONUGUALE, ho fatto 160 km andata e ritorno per prenderla.
Quanto le piace e a me basta.
Un unico difetto, era grande, e più una borsa è grande più cose entrano, e lei certo non si fa pregare e ci butta dentro di tutto. 
Pacchetti di sigarette aperti, finiti, ancora da aprire, fazzoletti di carta usati, ancora da usare, carte di gomme, pacchetti di gomme, gomme uscite fuori dal pacchetto, mascara, lingue di carta che si usano per provare i profumi, chiavi di casa, della macchina, dell'ufficio, il borsellino, i cellulari, un assorbente e dulcis in fundo, il burrocacao.
A. " cosa stai cercando? è mezzora che rovisti"
C, "il burrocacao"
A. "tieni ti do il mio"
C. " ma l'ho visto tre secondi fa"
A. "scusa, eccolo, prendi il mio"
C. "no voglio il mio"
A. "fa un po come cazzo ti pare"
Altro difetto di queste minchia di borse, dovrebbero riempirle di scomparti, di divisori, magari quelli che ti puoi scegliere tu dove metterli, a tuo piacere. Invece no, sono come otri con una minuscola tasca di lato che vengono riempiti di ogni sorta di cose. 
Come, il cervello. 
Lo riempiamo di mille stronzate senza archiviarle che poi quando devi andare a cercare quello che veramente è importate sembra un impresa di altri tempi, come quando uno scalò l'Everest nel '53. Quando cerchi qualcosa di importante ti servono gli sherpa e pure qualche yak per poterci caricare qualche scoria di troppo. Poi quando l'hai trovata devi pure essere capace a scendere con quella cosa sulle spalle cercando di non farla cadere e portarla alla luce e sperare che ancora quella cosa ti sia utile.

Essi, se fossimo capaci di archiviare dentro di noi le cose importanti sarebbe facile poi ritrovarle, così alla stessa stregua se riempissimo un po meno le nostre borse grandi di cose inutili, il burrocacao lo troveremmo subito e addio labbra screpolate.


martedì 29 maggio 2012

3/4

faccio parte di quel trequarti di palazzina abitata da uno che è stato mandato affanculo e vi dico una cosa....
NON ME LO MERITO...

mercoledì 22 febbraio 2012

dentro un faro

quand'è che uno si sente veramente solo? quand'è che un uomo è veramente solo?
ti riempi la vita di cose da fare, corri e rincorri il tempo, i minuti, le ore...persone da incontrare, caffè da prendere, amici e amiche da ascoltare e chiacchierare, i pranzi e le cene...il tuo corpo che ti manda affanculo ogni volta che cerchi invano una sigaretta nella tasca bucata del giubbotto,e ogni volta sei costretto a chiamare il soccorso speleologico per estrarre una minchia di sigaretta dalle caverne del tuo giubbotto e ogni volta la pausa sigaretta finisce ancor prima di metterti in bocca la tua sana dose di nicotina e ogni volta prometti a te stesso che le sigarette non le metterai più nella tasca sinistra...promesse mai mantenute...
ti accorgi che il tempo è fottutamente veloce, ti accorgi che la vita è meravigliosamente crudele...
vita che se ne va, vita che arriva...
chi ci capisce è bravo, possiamo solo manovrare la nostra canoa uno po più a destra o un po più a sinistra o semplicemente tenere la barra dritta con tutta la forza che si ha nelle braccia. Sei sempre tu che conduci ma non tu che la fai muovere...
Scopi, fai l'amore, ti arrabbi per un messaggio non ricevuto, sei in trepidazione per una telefonata che non arriverà, aspetti solo la primavera che tutto fa rinascere sperando che il prossimo parto sia il tuo o perlomeno che tu sia il padre.
In macchina alle 2 e mezza del mattino con rtl 102 e 5 nelle orecchie, la puzza di fumo ancora nel naso, speri con tutto te stesso che davanti a te spunti una macchina dagli occhi rossi che faccia un tantino di strada con te, che ti preceda nel buio, che apra l'aria, che guardi la tua macchina dagli occhi bianchi e che imprechi "Abbassa sta minchia di fari che sembra di stare dentro un faro...e vaffanculo"

giovedì 21 aprile 2011

ne valeva la pena

aspettare, aspettare, aspettare....era una vita che aspettava, perfino quando doveva nascere aveva aspettato. Sua madre, per il lungo travaglio e non so per quale cazzo di ormone o istinto animale, le aveva stretto la testa con la cervice uterina e quando finalmente aveva visto la luce, agli occhi di tutti appariva con una pera proprio sulla testa. Un rigonfiamento che le faceva la testa come quella di un indigeno del borneo. Si era abituato, i suoi occhi ormai erano allenati e nelle lunghe, lunghe pause di attesa, come una moderna telecamera avevano preso a guardare, osservare qualsiasi cosa...una macchina gialla, tre grige, una di mille colori, una cornacchia appoggiata al palo della luce, 24 ragazzi che uscivano da una scuola, uno che correva con un mp3 alle orecchie e un passo da maratonete leggermente zoppo dalla gamba destra e così via fino a quando il suono sintetico di un cellulare da 39 euro lo informava che poteva entrare.
E lui, prendeva la borsa di cuoio dal sedile posteriore, toglieva la chiave dal rocchetto, apriva la portiera della macchina, faceva scattare la chiusura centralizzata e si avviava verso il portone. Saliva i 64 gradini, bussava alla porta di noce scuro interno 8, e tutte le volte non faceva che domandarsi "ma perchè cazzo non mi lascia la porta socchiusa, visto che ha tutto il tempo di 64 gradinidelcazzo" e la risposta che trovava era sempre quella "Mio caro Andrea, devi saper aspettare"...
Oramai le attese le sembravano passassero come al cinema, lui seduto in macchina e il mondo che si muoveva intorno a lui immobile, solo gli occhi seguivano quel susseguirsi di persone e cose e nuvole e tempo. Tutte le volte era così, aspettare, aspettare, sms, 64 gradini, aspettettare e finalmente la porta si apriva...
Sembrava che il tempo di colpo avesse scelto lui come controllore del proprio trascorrere.
Solo che lui il proprio trascorrere lo percepiva guardando gli altri...e guardando gli altri pensò a come uscirne...
Aspettare, aspettare, aspettare, niente sms, borsa, chiave, chiusura centralizzata, portone, 64 gradini del cazzo, porta noce scuro interno 8, aprì con la chiave che gentilmente gli era stata concessa, andò in cucina aprì il gas chiuse tutte le finestre, spense le luci, chiuse la porta dietro di se e ritornò in macchina.
La vide salire le scale, seguì i suoi piedi su ogni singolo scalino, aspettò e vide scoppiare il palazzo davanti ai suoi occhi che riuscirono a percepire tutte le sfumature del bagliore che ne seguì. Accese la macchina e ritornò verso casa e per la prima volta in vita sua, per la prima cazzo di volta in vita sua si disse "VALEVA LA PENA ASPETTARE TANTO"

mercoledì 22 dicembre 2010

ma...paura

era innamorata, era stata innamorata...e non lo sarebbe più stata. Una promessa lanciata nel vento e approdata chissà dove.
Le aveva trapassato il petto con quel rifiuto a continuare una storia che per lei sapeva di futuro, di cucina, di fornelli, di lavandini pieni di piatti sporchi e lasciati lì in attesa di una pausa della loro passione...
Glielo aveva detto in una giornata di maggio, "basta, mi sono stufato"...secco e ruvido come uno straccio per lavare per terra seccato al sole d'agosto, che puzza ancora di olio e polvere. Non aveva dato altre spiegazioni, forse neanche le aveva, forse erano fin troppo banali e attaccabili, forse l'insindacabilità del "misonostufato" era tutto quello che poteva concedersi. E l'aveva lasciata a sedere sulla panchina verde, aveva girato le spalle, messo in moto la macchina e ciao.
Non provò neanche a piangere, lei, i suoi 26 anni di vita vissuta intensamente e con tanti cazzi per il culo come una cinquantenne, le avevano messo addosso un pò di cemento e ferro. Decise lì su quella panchina quello che avrebbe dovuto fare, per togliersi di dosso quel senso di rimorso...avrebbe fatto agli altri quello che lui aveva fatto a lei...Lui non esisteva più, neanche si ricordava il nome, lui sarebbe diventato gli altri.
Non ci mise neanche tanto a trovare il primo tordo di turno, sapeva della sua forza, sapeva che poteva far arrivare al limite un uomo, sapeva che poteva legarlo a lei senza neanche sfiorarlo (se solo non avesse abbassato la guardi con...) ...paziente paziente portava avanti queste sue storie, aspettava solo che loro le dicessero che avevano perso la testa per lei e si erano innamorati e senza tante spiegazioni mortificava il loro orgoglio con un "basta, misonostufata".
Era divertente, era pazzamente gratificante, era orrendo ma niente le era servito più di questo.
Solo che ad un certo punto si accorse che il contrario di amore non è odio, ma...
PAURA

giovedì 4 novembre 2010

73/

L'italia nel cuor....ecc..quello...che..s.
Antonello Priten...per il tuo comune

tutto quello che riuscì a leggere in quel rimasuglio di manifesto elettorale di chi sa quali elezioni, affisso abusivamente alla pensilina degli autobus. Il 73 barrato si faceva aspettare più del necessario e il tempo cominciava ad imprecare al posto suo. L'asfalto bagnato dalle secchiate di acqua della mattina mandava un sapore di olio e benzina, le pozzanghere di acqua nera erano solcate da ruote affamate di kilometri e ad ogni passaggio perdevano un po di quell'orrore. Il cielo era ancora pieno di cumulonembi carichi che aspettavano chissà quale comando per scaricare a terra tutta la pioggia che tenevano in grenbo, i suoi occhi si fissarono su un uomo che portava a pisciare il suo meticcio bastardo , lo seguiva con lo sguardo incurante del bus che stava arrivando e non riusciva a muovere nulla nel suo corpo. I pensieri erano persi, andati in anfratti del cervello troppo bui per tornare indietro. Bus passato. Tempo che ormai bestemmiava cristi che neanche conosceva. A suo ricordo niente lo rese più incazzato della visione del retro del 73 barrato che si allontanava, non provò nemmeno a correre, era una questione di dignità e orgoglio tutto maschile. La vista si spostò leggermente verso sinistra, su una porche Cayenne che arrivava a tutta velocità dalla curva, non si accorse nemmeno dell'immensa pozzanghera di terrore che riposava sul ciglio della strada. La porche si trasformo in un motoscafo che alzò uno tzunami di merda. Passata la macchina si accorse che tutto quello schifo aveva colpito in pieno quel bastardo e il suo cane. Ancora lo sentiva imprecare da lontano mentre camminando verso casa si accorse che stava ridendo a crepapelle. Di cuore e di cattiveria. Che soddisfazione la cattiveria, ti risolve le giornate...

mercoledì 20 ottobre 2010

il primo caffè

aveva messo l'ultima vite per tenere attaccato alla barra omega quel cazzo di pannello di cartongesso, e le ultime viti sono sempre le peggiori, perchè hai il braccio stanco, perchè con questa minchia di freddo le dita hanno perso la sensibilità, perchè non vedi l'ora di sbatterti via la polvere bianca di gesso dai capelli, perchè lavorare fino alle 4 della mattina è roba da girone infernale, ma il lavoro deve essere finito in fretta. Lavoro a cottimo, lavoro di merda, lavoro fottutamente necessario.
Con le dita bianche frugò le tasche in cerca di una Camel Blu che non si faceva trovare. Trovò invece il pacchetto vuoto, un nervoso da astinenza cominciò a salirgli dalle ginocchia. L'unico pensiero era trovare un distributore automantico, meglio ancora un bar aperto con annessa tabaccheria. Il pensiero di un caffè bollente e una sigaretta in qualche modo lo rassicurava. Girò per la città indispettito da tutto quel vuoto e dai lampioni di luce gialla. Si fermò davanti ad un bar-tabacchi che conosceva fin da bambino, era aperto. Entrò senza salutare, si impalò ebete davanti alla cassa aspettando che quella stronza donna anziana si degnasse di servirlo...Un pacchetto di Camel blu e un caffè...
il caffè era pessimo, forse perchè il primo o il secondo che quella macchina aveva fatto, ma la sigaretta dopo lo rimise al mondo. Il suo cervello finalmente aveva altro a cui pensare. Ricordò che aveva fatto l'amore, aveva scopato con la tipa. Non si erano più sentiti. Lei lo faceva sentire bene, lo faceva ridere, con lei il suo cervello si spegneva, smetteva di elaborare pensieri e di farsi domande ed era maledettamente eccitante, forse anche troppo. Era diventato un tarlo nella sua testa, non riusciva a capire il perchè, eppure era stato lui a dirle, di non farsi tante illusioni, che non era il momento di una storia, eppure le era entrata dentro.
Suonò il telefono...
"pronto"
"Ohi, sei sveglio?"
"Si...."
"Senti.....non ci possiamo più vedere..."
"Certo che non si possiamo più vedere, mi sto innamorando di te e non me lo posso permettere"
"...ma, lo dici così..."
"Addio, Sabri."
il telefono riprese a squillare, ma già un'altra sigaretta aveva rimesso in circolo il giusto tasso di pensieri e nicotina...

domenica 3 ottobre 2010

vita de paese

notte d'estate, notte di pensieri d'amore perso e buttato al vento, notte di passi lenti e neri come il buio, notte di musica lontana fatta di note pagate e non sentite, notte di gelati e shottini pieni di rum e pera buttati in gola in un unico gesto fatto da ragazzi che si credono uomini, notte di sigarette morbide fumate con ingordigia tenuta fra le dita e passata ai polmoni con la speranza di un piccolo giramento di testa, notte di camminate fatte a testa bassa per far uscire dagli occhi tutta la feccia che ti inquina il cuore e per evitare stronzi di cane che farebbero incazzare pure San Francesco, notte senza meta solo passi, uno dietro l'altro, senza un minimo d'ordine, notte di sublimi scorci e vite incontrate, notte di un papà che fa giocare i suoi bambini e quelli della piazzetta a ruba bandiera, notte di ricordi lontani, di pomeriggi passati a giocare con giochi che non esistono più, giochi senza y o x, giochi fatti di gesso consumato sull'asfalto, di buche e di fantasia. Mamma mia quanta fantasia avevamo da piccoli, baracche fatte con quattro pezzi di legno che diventavano fortini inespugnabili, giochi di 15, 20 bambini, giochi appunto.

Il calcio del barattolo, i quattro cantoni, murodepelè, campana, riarzo, acchiapparella, nascondino, palline, mosca ceca, a pallonate, bozzibozziscaricabozzi, 123stella, lo schiaffodelsoldato.

notte d'estate di paese, dove ancora un papà gioca a ruba bandiera con i bambini.

giovedì 2 settembre 2010

Bacetti

Leggere la rilassava come nessun'altra cosa, non aveva un genere preferito o un autore a cui era legata, lei andava in libreria, guardava le copertine, leggeva i risvolti e decideva. A volte andava male, ma alle volte scopriva veri e propri capolavori. Tutto da sola. Da quando lavorava in quella tavola calda non trovava mai il tempo di leggere. Aveva provato di notte prima di addormentarsi ma finiva sempre che le cadeva il libro dalle mani mentre gli occhi le se chiudevano mentre leggeva le prime righe,aveva provato anche al bagno ma la concentrazione andava da tutt'altra parte, e poi al bagno regnava la settimana enigmstica. Leggere le piaceva e non voleva inbarbarirsi rinunciando a quella ricchezza.
Tutte le volte che andava a lavoro l'occhio le andava su una panchina un po defilata dove un ragazzo in calzoncini fumava e leggeva, a volte c'era e a volte la panchina era vuota, ma non ci pensava poi tanto su, passava il badge sul lettore elettronico ed entrava a lavoro.
Qualche volta capitava che lo incontrava al bar e scambiavano qualche parola solo nel rituale del caffè " che prendi?" - "un caffè, grazie" - "al vetro?" - "in tazza, grazie", ma non quel giorno, quando lo vide avvicinarsi al bar in testa si preparò bene il discorso, mettendo tutte le parole al punto giusto, infondo non sapeva come l'avrebbe presa. Appena espletato il ritale del caffè riusci a dargli:"leggi tanto tu, eh?", Lui ancora con il gusto del caffè sulle labbra che gli aveva liberato tutte le endorfine nel sangue ci mise un po a rispondere "si" per lui la conversazione poteva finire pure li, domanda secca, risposta secca, me lei non aveva finito. "che leggi?" - " ho appena finito Non avevo capito nulla di Diega De silva, te lo consiglio, ho intensione di leggere La solitudine dei numeri primi, non è che mi entusiasmi ma voglio vedere di che pasta è fatto un vincitore dello Strega". " se vuoi te lo presto, tieni" e con il braccio allungato oltre il bancone glielo diede.

per un po di tempo non si incontrarono neanche di sfuggita, forse orari di lavoro differenti forse le ferie, ma tantè...

un giorno poi, staccando per la pausa pranzo, con la sua marlboro morbida appena accesa e con il libro nell'altra mano con l'indice in mezzo per tenere il segno si diresse verso il suo posticino tranquillo ma lo trovò occupato, era la tipa del bar, leggeva il libro che le aveva regalato. Aveva una maglietta a collo largo e una spallina le era scivolta sul braccio lasciando scoperta la spalla e parte del collo. Riusciva a sentirne anche l'odore e il profumo, i capelli corvini le si muovevano leggermente mossi dalla leggera brezza di vento. stete li impalato per qualche minuto. poi si mosse, aveva intensione di baciarla sul collo e dirle che lui era li. I suoi passi sull'erba non fecero rumore e appena fu a pochi centimetri dal collo chiuse gli occhi si sporse in avnti e cominciò a baciarla....
lei nel frattempo aveva finito il capitolo aveva chiuso il libro e si era alzata di scatto proprio mentre il ragazzo si era spinto in avanti in attesa del contatto tra pelle e labbra. Lei non si accorse di nulla, neanche si girò e sparì dietro le porte scorrevoli del centro. Però lui riusci a tirare tanti bacetti ad una donna anziana che era seduta di fronte a lei a fare le parole crociate, che lo guardò con un sorriso sulle labbra e una voglia di cose perdute negli occhi.

giovedì 12 agosto 2010

my immortal

http://www.youtube.com/watch?v=ywJSu0VLm9A

quanto sarebbe giusto riuscire a dire "basta, non voglio più soffrire" e quanto sarebbe bello se per magia tutto il tuo dolore svanisse come la nebbia a mezzogiorno e d'improvviso ritrovarti a sorridere ad un cagnolino che ti scodinzola davanti desideroso solo di una grattatina.

Quanto sarebbe giusto riuscire ad essere abbracciato nel momento di maggior solitudine, quanto sarebbe bello essere preso per mano e, con le dita intrecciate le une dentro alle altre, portato alla fine del mondo.

quanto sarebbe giusto essere amato dalla donna che ami, dal tuo amore vero.

quanto sarebbe giusto essere perdonato.

quanto sarebbe giusto cazzo!
ma la vita non è mai giusta, è solo vita e presente.
Il passato è andato ed il futuro è un tempo solo di angoscia.
Il presente è la sola cosa che conta ed il presente ora è dolore puro.

mi basterebbe riuscirlo a vivere così senza soffrire, il presente.

per adesso c'è solo temporale. i colori e la luce non mi appartengono più.

noia suprema: my immortal

noia suprema: my immortal

martedì 20 luglio 2010

il niente

ti sei portata via tutto...
i nostri figli, la nostra casa, le nostre scopate, i nostri litigi, i nostri sguardi, le risate, i silenzi, gli odori, le canzoni, il nostro futuro, persino i ricordi.
Non sono più padrone di nulla, ho solo questi maledetti sogni che mi tormentano le notti e l'anima. Ho solo le dita che mi sono amiche e pazienti consolatrici, ho solo i miei occhi che non smetteranno mai di regalarmi la luce, le mie gambe che tanto fanno per costringermi a non tornare indietro e te che continui ad inquinarmi il cuore e l'anima.

mercoledì 7 luglio 2010

V

"Mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere, perchè esse sono il mezzo per giungere al significato e, per coloro che vorranno ascoltarle, all'affermazione della verità." (V)

il mio è un appello stupido, banale, trito e ritrito eppure mai come in questo periodo c'è bisogno.

Il Signore ci ha donato un cervello capace di discernere, di ragionare e soprattutto di scegliere con criterio, non certo per riempire la scatola cranica e fare da contr'appeso al corpo. Non sprecate le vostre sinapsi in questo modo, abbiate la capacità di criticare e di indignarvi. Non rimanete con gli occhi cefaloidi (dl pesce cefalo) davanti alla verità facendo finta, o per comodità o per pigrizia, che non la vediate. Tutti noi abbiamo il dovere di migliorare la nostra vita e la società in cui viviamo, abbiamo il dovere di migliorare la vita di chi sta vicino a noi per che a quella persona siamo legati più di quanto possiate immaginare.

Leggete, parlate, ascoltate...scegliete.

giovedì 1 luglio 2010

Suggerimento

Quando state in ascensore da soli, non fatevi venire in mente di scoreggiare, no saprete mai cosa vi aspetterà, una volta arrivati al piano, quando vi si apriranno le porte scorrevoli.
Ci sono vari scenari, ma non tutti vi creeranno imbarazzi:

SCENARIO 1-quando si apriranno le porte non ci sarà nessuno ad aspettare l'ascensore. SCENARIO A VOI TOLTALMENTE FAVOREVOLE.

SCENARIO 2-quando si apriranno le porte ad aspettarlo c'è un uomo di 60/65 anni che neanche ci farà caso alla puzza, anzi gli sarà di stimolo e ne mollerà una a sua volta. SCENARIO FAVOREVOLE, MA DIPENDE COMUNQUE DALLA PERSONE.

SCENARIO 3-quando si apriranno le porte ci sarà una vecchietta ad aspettare, ma puzzera talmente tanto di brodo che tutto si confonderà.SCENARIO FAVOREVOLE, MA DIPENDE COMUNQUE DALLA PERSONE.

SCENARIO 4-quando si apriranno le porte ci sarà una coppia, marito e moglie, e, una volta sliti sull'ascensore la moglie darà la colpa al marito per quella tremenda puzza.SCENARIO A VOI TOLTALMENTE FAVOREVOLE

SCENARIO 5- quando si aprirà la porta ad aspettare l'ascensore ci sarà la tua vicina di casa. E' un po che flirtate, aspettando solo il momento giusto per suggellare questo rapporto, e appena mette piede in ascensore ti guarderà e tu capirai che oramai niente potrà più toglierle quella puzzada sotto il naso.

STATE ATTENTI!!!!

giovedì 24 giugno 2010

due

Era terrorizzato e allo stesso tempo aveva dentro una curiosità maledetta che lo spingeva a saltare quella siete di alloro. L'odore di Amoresexy era troppo strano ed intenso, tutte le cellule olfattive del suo naso lo avevano percepito. Sapeva di paura quell'odore. Cercò un varco in quel muro di foglie e legno e ferro, lo trovò poco più avanti e ci si infilò. Vide un lungo sentiero di asfalto percorso da quelle cose che gli uomini chiamano macchine, niente non c'era niente ma quell'odore era lì. Riuscì a seguirlo e si pietrificò. Lungo quella strada c'era Amoresexy. Lungo la strada Amoresexy era sdraiata su un fianco, rigida con il ventre schiacciato e la lingua di fuori...

sfiga!!

il problema di piacere sempre più alle madri buzzicozze che alle figlie gnocche...

mercoledì 9 giugno 2010

nella testa e nel cuore

gli occhi erano puntati sull'ultimo tipo di hard disk esterno, quello da 1 terabyte, con la possibilità di connessioni con molteplici apparecchiature ma con un prezzo che ancora era particolarmente alto per il suo stipendio da addetto vendite. Con lo sguardo astigmatico stretto tra le palpebre cercava di leggere e capire le caratteristiche tecniche quando le sue orecchie si sentirono dire " Ma sei fidanzato"...
e che è tutta 'sta confidenza...
"no, perchè?" domanda stupida..
"c'è una cosina in giro...devo andare ciao"
ma come una cosina in giro..?
ma come devo andare...?
cazzo me sa che me lo compro 'sto hard disk terabyteoso e multiconnettoso.

mercoledì 31 marzo 2010

le sigarette alla gighen

stava gustando le ultime tirate della sua Marlboro morbida con i gomiti appoggiati alla pietra lavica del parapetto. L'aria di quel pomeriggio primaverile era resa celestina dal fumo dei caminetti che vecchiette ancora con i brividi di freddo avevano acceso già dalle prime ore del mattino, i muratori del cantiere giù sulla strada si affrettavano per tornare a casa e buttarsi sotto il fiotto di acqua calda che avrebbe lavato tutta la polvere che faticosamente avevano accumulato nella giornata. Stava gustando la sua sigaretta alla Gighen e gli venne in mente che quella notte sognò tantissimo, non tanti sogni ma uno solo, che non finiva mai. Aveva sognato lei, aveva sognato lei nuda, aveva sognato lei bagnata, aveva sognato lei, con la sua faccia, il suo corpo, il profumo della sua pelle, il profumo....aveva sognato che scopavano, aveva sognato che facevano l'amore, aveva sognato perfino il suo orgasmo proprio come se lo ricordava. Stranamente era riuscito anche a finire il sogno prima che suonasse la sveglia, un sogno così non lo aveva mai fatto, un sogno con un inizio, una storia ed una fine. Stranamente si ricordò anche che quando vivevano insieme non l'aveva mai sognata nella sua corporeità, nella sua bellezza, l'aveva sempre sognata nel corpo di un'altra donna, era lei ma in un'altra donna. Strano...
diede una sticchiata con il medio della mano destra al mozzicone di sigaretta cercando di mandarlo il più lontano possibile, immaginando che se ci fosse stata una gara di tiro al mozzicone sicuramente avrebbe ben figurato, aprì la porta del balcone ed entrò in casa.

venerdì 26 febbraio 2010

uno

Era un po di settimane che Amoresexy non si faceva vedere, e si miagolava in giro di cose strane, di vagabondi venuti dalla pianura, di grandi gattare. Ma tutto questo non preoccupava più di tanto Sebastiano, infondo nel suo giro tutto continuava come sempre. Solo, Amoresexy.

Pensò al peggio. Un mucchio di gattini cechi che lo avrebbero chiamato papà. Ma poi tutto sfumò appena annusò un odore strano, un odore nuovo, un odore di gatto mischiato a quello del sangue. Non riusciva bene a capire da dove provenisse, quale fosse l'origine, perchè tutto intorno a lui sapeva ormai di quell'umore. Era stordito, spaesato, incuriosito. Non faceva altro che camminare in tondo con il naso alto e il pelo gonfio. Dietro il casolare, dietro il fienile, dietro il pollaio perfino dietro al mucchio di letame, ma fu dietro ad un muro di recinzione ce si fermò, dove riconobbe la traccia di Amoresexy.