mercoledì 22 febbraio 2012

dentro un faro

quand'è che uno si sente veramente solo? quand'è che un uomo è veramente solo?
ti riempi la vita di cose da fare, corri e rincorri il tempo, i minuti, le ore...persone da incontrare, caffè da prendere, amici e amiche da ascoltare e chiacchierare, i pranzi e le cene...il tuo corpo che ti manda affanculo ogni volta che cerchi invano una sigaretta nella tasca bucata del giubbotto,e ogni volta sei costretto a chiamare il soccorso speleologico per estrarre una minchia di sigaretta dalle caverne del tuo giubbotto e ogni volta la pausa sigaretta finisce ancor prima di metterti in bocca la tua sana dose di nicotina e ogni volta prometti a te stesso che le sigarette non le metterai più nella tasca sinistra...promesse mai mantenute...
ti accorgi che il tempo è fottutamente veloce, ti accorgi che la vita è meravigliosamente crudele...
vita che se ne va, vita che arriva...
chi ci capisce è bravo, possiamo solo manovrare la nostra canoa uno po più a destra o un po più a sinistra o semplicemente tenere la barra dritta con tutta la forza che si ha nelle braccia. Sei sempre tu che conduci ma non tu che la fai muovere...
Scopi, fai l'amore, ti arrabbi per un messaggio non ricevuto, sei in trepidazione per una telefonata che non arriverà, aspetti solo la primavera che tutto fa rinascere sperando che il prossimo parto sia il tuo o perlomeno che tu sia il padre.
In macchina alle 2 e mezza del mattino con rtl 102 e 5 nelle orecchie, la puzza di fumo ancora nel naso, speri con tutto te stesso che davanti a te spunti una macchina dagli occhi rossi che faccia un tantino di strada con te, che ti preceda nel buio, che apra l'aria, che guardi la tua macchina dagli occhi bianchi e che imprechi "Abbassa sta minchia di fari che sembra di stare dentro un faro...e vaffanculo"

giovedì 21 aprile 2011

ne valeva la pena

aspettare, aspettare, aspettare....era una vita che aspettava, perfino quando doveva nascere aveva aspettato. Sua madre, per il lungo travaglio e non so per quale cazzo di ormone o istinto animale, le aveva stretto la testa con la cervice uterina e quando finalmente aveva visto la luce, agli occhi di tutti appariva con una pera proprio sulla testa. Un rigonfiamento che le faceva la testa come quella di un indigeno del borneo. Si era abituato, i suoi occhi ormai erano allenati e nelle lunghe, lunghe pause di attesa, come una moderna telecamera avevano preso a guardare, osservare qualsiasi cosa...una macchina gialla, tre grige, una di mille colori, una cornacchia appoggiata al palo della luce, 24 ragazzi che uscivano da una scuola, uno che correva con un mp3 alle orecchie e un passo da maratonete leggermente zoppo dalla gamba destra e così via fino a quando il suono sintetico di un cellulare da 39 euro lo informava che poteva entrare.
E lui, prendeva la borsa di cuoio dal sedile posteriore, toglieva la chiave dal rocchetto, apriva la portiera della macchina, faceva scattare la chiusura centralizzata e si avviava verso il portone. Saliva i 64 gradini, bussava alla porta di noce scuro interno 8, e tutte le volte non faceva che domandarsi "ma perchè cazzo non mi lascia la porta socchiusa, visto che ha tutto il tempo di 64 gradinidelcazzo" e la risposta che trovava era sempre quella "Mio caro Andrea, devi saper aspettare"...
Oramai le attese le sembravano passassero come al cinema, lui seduto in macchina e il mondo che si muoveva intorno a lui immobile, solo gli occhi seguivano quel susseguirsi di persone e cose e nuvole e tempo. Tutte le volte era così, aspettare, aspettare, sms, 64 gradini, aspettettare e finalmente la porta si apriva...
Sembrava che il tempo di colpo avesse scelto lui come controllore del proprio trascorrere.
Solo che lui il proprio trascorrere lo percepiva guardando gli altri...e guardando gli altri pensò a come uscirne...
Aspettare, aspettare, aspettare, niente sms, borsa, chiave, chiusura centralizzata, portone, 64 gradini del cazzo, porta noce scuro interno 8, aprì con la chiave che gentilmente gli era stata concessa, andò in cucina aprì il gas chiuse tutte le finestre, spense le luci, chiuse la porta dietro di se e ritornò in macchina.
La vide salire le scale, seguì i suoi piedi su ogni singolo scalino, aspettò e vide scoppiare il palazzo davanti ai suoi occhi che riuscirono a percepire tutte le sfumature del bagliore che ne seguì. Accese la macchina e ritornò verso casa e per la prima volta in vita sua, per la prima cazzo di volta in vita sua si disse "VALEVA LA PENA ASPETTARE TANTO"

mercoledì 22 dicembre 2010

ma...paura

era innamorata, era stata innamorata...e non lo sarebbe più stata. Una promessa lanciata nel vento e approdata chissà dove.
Le aveva trapassato il petto con quel rifiuto a continuare una storia che per lei sapeva di futuro, di cucina, di fornelli, di lavandini pieni di piatti sporchi e lasciati lì in attesa di una pausa della loro passione...
Glielo aveva detto in una giornata di maggio, "basta, mi sono stufato"...secco e ruvido come uno straccio per lavare per terra seccato al sole d'agosto, che puzza ancora di olio e polvere. Non aveva dato altre spiegazioni, forse neanche le aveva, forse erano fin troppo banali e attaccabili, forse l'insindacabilità del "misonostufato" era tutto quello che poteva concedersi. E l'aveva lasciata a sedere sulla panchina verde, aveva girato le spalle, messo in moto la macchina e ciao.
Non provò neanche a piangere, lei, i suoi 26 anni di vita vissuta intensamente e con tanti cazzi per il culo come una cinquantenne, le avevano messo addosso un pò di cemento e ferro. Decise lì su quella panchina quello che avrebbe dovuto fare, per togliersi di dosso quel senso di rimorso...avrebbe fatto agli altri quello che lui aveva fatto a lei...Lui non esisteva più, neanche si ricordava il nome, lui sarebbe diventato gli altri.
Non ci mise neanche tanto a trovare il primo tordo di turno, sapeva della sua forza, sapeva che poteva far arrivare al limite un uomo, sapeva che poteva legarlo a lei senza neanche sfiorarlo (se solo non avesse abbassato la guardi con...) ...paziente paziente portava avanti queste sue storie, aspettava solo che loro le dicessero che avevano perso la testa per lei e si erano innamorati e senza tante spiegazioni mortificava il loro orgoglio con un "basta, misonostufata".
Era divertente, era pazzamente gratificante, era orrendo ma niente le era servito più di questo.
Solo che ad un certo punto si accorse che il contrario di amore non è odio, ma...
PAURA

giovedì 4 novembre 2010

73/

L'italia nel cuor....ecc..quello...che..s.
Antonello Priten...per il tuo comune

tutto quello che riuscì a leggere in quel rimasuglio di manifesto elettorale di chi sa quali elezioni, affisso abusivamente alla pensilina degli autobus. Il 73 barrato si faceva aspettare più del necessario e il tempo cominciava ad imprecare al posto suo. L'asfalto bagnato dalle secchiate di acqua della mattina mandava un sapore di olio e benzina, le pozzanghere di acqua nera erano solcate da ruote affamate di kilometri e ad ogni passaggio perdevano un po di quell'orrore. Il cielo era ancora pieno di cumulonembi carichi che aspettavano chissà quale comando per scaricare a terra tutta la pioggia che tenevano in grenbo, i suoi occhi si fissarono su un uomo che portava a pisciare il suo meticcio bastardo , lo seguiva con lo sguardo incurante del bus che stava arrivando e non riusciva a muovere nulla nel suo corpo. I pensieri erano persi, andati in anfratti del cervello troppo bui per tornare indietro. Bus passato. Tempo che ormai bestemmiava cristi che neanche conosceva. A suo ricordo niente lo rese più incazzato della visione del retro del 73 barrato che si allontanava, non provò nemmeno a correre, era una questione di dignità e orgoglio tutto maschile. La vista si spostò leggermente verso sinistra, su una porche Cayenne che arrivava a tutta velocità dalla curva, non si accorse nemmeno dell'immensa pozzanghera di terrore che riposava sul ciglio della strada. La porche si trasformo in un motoscafo che alzò uno tzunami di merda. Passata la macchina si accorse che tutto quello schifo aveva colpito in pieno quel bastardo e il suo cane. Ancora lo sentiva imprecare da lontano mentre camminando verso casa si accorse che stava ridendo a crepapelle. Di cuore e di cattiveria. Che soddisfazione la cattiveria, ti risolve le giornate...

mercoledì 20 ottobre 2010

il primo caffè

aveva messo l'ultima vite per tenere attaccato alla barra omega quel cazzo di pannello di cartongesso, e le ultime viti sono sempre le peggiori, perchè hai il braccio stanco, perchè con questa minchia di freddo le dita hanno perso la sensibilità, perchè non vedi l'ora di sbatterti via la polvere bianca di gesso dai capelli, perchè lavorare fino alle 4 della mattina è roba da girone infernale, ma il lavoro deve essere finito in fretta. Lavoro a cottimo, lavoro di merda, lavoro fottutamente necessario.
Con le dita bianche frugò le tasche in cerca di una Camel Blu che non si faceva trovare. Trovò invece il pacchetto vuoto, un nervoso da astinenza cominciò a salirgli dalle ginocchia. L'unico pensiero era trovare un distributore automantico, meglio ancora un bar aperto con annessa tabaccheria. Il pensiero di un caffè bollente e una sigaretta in qualche modo lo rassicurava. Girò per la città indispettito da tutto quel vuoto e dai lampioni di luce gialla. Si fermò davanti ad un bar-tabacchi che conosceva fin da bambino, era aperto. Entrò senza salutare, si impalò ebete davanti alla cassa aspettando che quella stronza donna anziana si degnasse di servirlo...Un pacchetto di Camel blu e un caffè...
il caffè era pessimo, forse perchè il primo o il secondo che quella macchina aveva fatto, ma la sigaretta dopo lo rimise al mondo. Il suo cervello finalmente aveva altro a cui pensare. Ricordò che aveva fatto l'amore, aveva scopato con la tipa. Non si erano più sentiti. Lei lo faceva sentire bene, lo faceva ridere, con lei il suo cervello si spegneva, smetteva di elaborare pensieri e di farsi domande ed era maledettamente eccitante, forse anche troppo. Era diventato un tarlo nella sua testa, non riusciva a capire il perchè, eppure era stato lui a dirle, di non farsi tante illusioni, che non era il momento di una storia, eppure le era entrata dentro.
Suonò il telefono...
"pronto"
"Ohi, sei sveglio?"
"Si...."
"Senti.....non ci possiamo più vedere..."
"Certo che non si possiamo più vedere, mi sto innamorando di te e non me lo posso permettere"
"...ma, lo dici così..."
"Addio, Sabri."
il telefono riprese a squillare, ma già un'altra sigaretta aveva rimesso in circolo il giusto tasso di pensieri e nicotina...

domenica 3 ottobre 2010

vita de paese

notte d'estate, notte di pensieri d'amore perso e buttato al vento, notte di passi lenti e neri come il buio, notte di musica lontana fatta di note pagate e non sentite, notte di gelati e shottini pieni di rum e pera buttati in gola in un unico gesto fatto da ragazzi che si credono uomini, notte di sigarette morbide fumate con ingordigia tenuta fra le dita e passata ai polmoni con la speranza di un piccolo giramento di testa, notte di camminate fatte a testa bassa per far uscire dagli occhi tutta la feccia che ti inquina il cuore e per evitare stronzi di cane che farebbero incazzare pure San Francesco, notte senza meta solo passi, uno dietro l'altro, senza un minimo d'ordine, notte di sublimi scorci e vite incontrate, notte di un papà che fa giocare i suoi bambini e quelli della piazzetta a ruba bandiera, notte di ricordi lontani, di pomeriggi passati a giocare con giochi che non esistono più, giochi senza y o x, giochi fatti di gesso consumato sull'asfalto, di buche e di fantasia. Mamma mia quanta fantasia avevamo da piccoli, baracche fatte con quattro pezzi di legno che diventavano fortini inespugnabili, giochi di 15, 20 bambini, giochi appunto.

Il calcio del barattolo, i quattro cantoni, murodepelè, campana, riarzo, acchiapparella, nascondino, palline, mosca ceca, a pallonate, bozzibozziscaricabozzi, 123stella, lo schiaffodelsoldato.

notte d'estate di paese, dove ancora un papà gioca a ruba bandiera con i bambini.

giovedì 2 settembre 2010

Bacetti

Leggere la rilassava come nessun'altra cosa, non aveva un genere preferito o un autore a cui era legata, lei andava in libreria, guardava le copertine, leggeva i risvolti e decideva. A volte andava male, ma alle volte scopriva veri e propri capolavori. Tutto da sola. Da quando lavorava in quella tavola calda non trovava mai il tempo di leggere. Aveva provato di notte prima di addormentarsi ma finiva sempre che le cadeva il libro dalle mani mentre gli occhi le se chiudevano mentre leggeva le prime righe,aveva provato anche al bagno ma la concentrazione andava da tutt'altra parte, e poi al bagno regnava la settimana enigmstica. Leggere le piaceva e non voleva inbarbarirsi rinunciando a quella ricchezza.
Tutte le volte che andava a lavoro l'occhio le andava su una panchina un po defilata dove un ragazzo in calzoncini fumava e leggeva, a volte c'era e a volte la panchina era vuota, ma non ci pensava poi tanto su, passava il badge sul lettore elettronico ed entrava a lavoro.
Qualche volta capitava che lo incontrava al bar e scambiavano qualche parola solo nel rituale del caffè " che prendi?" - "un caffè, grazie" - "al vetro?" - "in tazza, grazie", ma non quel giorno, quando lo vide avvicinarsi al bar in testa si preparò bene il discorso, mettendo tutte le parole al punto giusto, infondo non sapeva come l'avrebbe presa. Appena espletato il ritale del caffè riusci a dargli:"leggi tanto tu, eh?", Lui ancora con il gusto del caffè sulle labbra che gli aveva liberato tutte le endorfine nel sangue ci mise un po a rispondere "si" per lui la conversazione poteva finire pure li, domanda secca, risposta secca, me lei non aveva finito. "che leggi?" - " ho appena finito Non avevo capito nulla di Diega De silva, te lo consiglio, ho intensione di leggere La solitudine dei numeri primi, non è che mi entusiasmi ma voglio vedere di che pasta è fatto un vincitore dello Strega". " se vuoi te lo presto, tieni" e con il braccio allungato oltre il bancone glielo diede.

per un po di tempo non si incontrarono neanche di sfuggita, forse orari di lavoro differenti forse le ferie, ma tantè...

un giorno poi, staccando per la pausa pranzo, con la sua marlboro morbida appena accesa e con il libro nell'altra mano con l'indice in mezzo per tenere il segno si diresse verso il suo posticino tranquillo ma lo trovò occupato, era la tipa del bar, leggeva il libro che le aveva regalato. Aveva una maglietta a collo largo e una spallina le era scivolta sul braccio lasciando scoperta la spalla e parte del collo. Riusciva a sentirne anche l'odore e il profumo, i capelli corvini le si muovevano leggermente mossi dalla leggera brezza di vento. stete li impalato per qualche minuto. poi si mosse, aveva intensione di baciarla sul collo e dirle che lui era li. I suoi passi sull'erba non fecero rumore e appena fu a pochi centimetri dal collo chiuse gli occhi si sporse in avnti e cominciò a baciarla....
lei nel frattempo aveva finito il capitolo aveva chiuso il libro e si era alzata di scatto proprio mentre il ragazzo si era spinto in avanti in attesa del contatto tra pelle e labbra. Lei non si accorse di nulla, neanche si girò e sparì dietro le porte scorrevoli del centro. Però lui riusci a tirare tanti bacetti ad una donna anziana che era seduta di fronte a lei a fare le parole crociate, che lo guardò con un sorriso sulle labbra e una voglia di cose perdute negli occhi.